Il Più Grande Inganno: LA MORTE



La paura della morte serve al potere

Dunque possiamo dire senza problemi che la morte è l'inganno più grande, grazie a questo inganno l'élite (Potere Occulto) è riuscita a tenere sotto scacco l'umanità, e se vi fermate a pensare capirete che ogni dittatura ha fatto sempre leva sulla morte e sopratutto sulla paura della morte, se l'umanità non avesse questa paura, nessuno mai potrebbe ricattarla o schiavizzarla. Se uno sa di essere immortale non si piega davanti a nessuna dittatura, perché vivrebbe questa vita come se fosse un gioco 3D (come spiegato in TEORIA OLOGRAFICA), infatti se uno venisse ucciso in un video gioco 3D potrebbe avere una leggera frustrazione perché avrebbe voluto finire il gioco, ma dopo di che, sa che basterà mettere reset o comunque sa che ha infinite possibilità di vite e di esperienze, e di certo non vivrà quella morte come un dramma; come fanno ora gli umani. Non sarebbe attaccato troppo a questa vita, o per lo meno non sarebbe attaccato a questa vita come se fosse l'unica e sola esistenza. Penso che chiunque convenga con me nel dire che, se la gente sapesse che questa non è l'unica vita e che la coscienza è immortale; non si farebbe schiavizzare o ricattare da nessuno, perché l'unica leva su cui si può corrompere, ricattare e spaventare un uomo, è SOLO sulla paura della morte.
La religione e la scienza di regime sono due facce della stessa medaglia, una dice che se non fai il bravo schiavo e non onori Yahweh finisci all'inferno (interamente inventato dai teologi cristiani) e la scienza di regime d'altro canto ci dice che siamo qui per caso e che spariremo nel nulla senza nessun motivo. E che tutto questo mondo cosi complesso e articolato è il risultato del caos, aumentando cosi la paura della morte, visto che l'uomo si convince che questa è l'unica esistenza che avrà. Come abbiamo visto entrambe le spiegazioni del regime sono due pareti dello stesso muro, entrambe ci negano la vera conoscenza; proprio come la polita anche esse creano il dualismo “dividi et impera”, sono due fazioni fasulle, create ad hoc dal Governo Occulto, cosi chi è contro la religione difenderà la scienza di regime, ignaro che a suo modo sta difendendo un invenzione della stessa mano occulta che ha creato anche la religione. E cosi viceversa. E la cosa funziona benissimo, perché chiunque da un spiegazione alternativa che va fuori da questi due schemi, da queste due invenzione dell'élite, viene aggredito verbalmente ed allontanato, non viene considerato.
Qui di seguito ho riportato alcune testimonianze di persone autorevoli, dottori e scienziati molto rinomati:

Questa è la testimonianza di Elisabeth Kübler-Ross una famosa psichiatra svizzera che ha dedicato la sua intera vita a curare i pazienti malati terminali. Ella disse nel suo libro La Morte e la Vita Dopo la Morte: "Dopo aver lavorato per molti anni con malati moribondi, e dopo aver imparato da loro che cosa sia realmente la vita, quali siano i rimpianti che si hanno quando sembra ormai troppo tardi per averne, cominciai a chiedermi che cosa fosse realmente la morte. Incominciai così a raccogliere i resoconti di esperienze extra-corporee, che i miei pazienti mi riferivano. Tutte queste esperienze risultavano avere le stesse caratteristiche ed essere analoghe anche ad altri resoconti simili registrati in altre parti del mondo, da parte di altrettanti medici. Dall’Australia alla California, tutte queste esperienze avevano un unico denominatore comune: la perfetta consapevolezza da parte delle persone di lasciare il proprio corpo fisico e di essere tuttavia perfettamente coscienti. Tutto ciò conduce ad affermare che la morte, così come la intendiamo noi nel linguaggio scientifico, non esiste.
Quindi morire significa solo perdere il proprio corpo fisico, così come fa la farfalla quando esce dal suo bozzolo. Si tratta di una transizione verso un più alto livello di coscienza, in cui si continua a percepire, a ridere, a capire, ad evolvere, e in cui l’unica cosa che si perde, è qualcosa di cui non si ha più bisogno: il corpo fisico.
Nessuno dei pazienti che ha avuto questo tipo di esperienza, ha più avuto paura di morire. Nemmeno uno. Inoltre molti provarono nuovamente una sensazione di integrità del proprio corpo, come quando erano sani: ad esempio, chi era stato investito da un’automobile e aveva perso una gamba, una volta uscito dal corpo fisico, le aveva entrambe al loro posto. Un’altra paziente che aveva perso la vista durante un’esplosione in un laboratorio, non appena uscì dal corpo, riuscì a vedere e a descrivere la scena dell’incidente e la gente che si era precipitata nel laboratorio per aiutarla. Ma quando fu riportata in vita, naturalmente era completamente cieca. E quindi chiaro perché molte delle persone che ebbero esperienze di questo tipo, non avrebbero più voluto tornare indietro: perché ebbero modo di conoscere un luogo tanto più bello e perfetto di quello terreno.
Non dobbiamo aver paura, e un modo per non averne è sapere che la morte non esiste, e che tutto quello che sperimentiamo nella vita ha uno scopo positivo. Bisogna liberarsi della negatività e cominciare a considerare la vita come una sfida, una prova per accertare le proprie risorse interiori e la propria forza. Quello che abbiamo saputo dai nostri amici trapassati, dalle persone che sono ritornate per raccontarci le loro esperienze, è che ogni essere umano, dopo il trapasso rivede tutta la propria vita, come in un film, avendo così l’opportunità di riconsiderare ogni propria azione, ogni parola, ogni pensiero e di giudicarsi da sé. Non c’è perciò nessun giudizio, se non il nostro, e nessun Dio giudicante pronto a punirci."

La testimonianza del dottor Robert Lanza è molto importante visto che è stato votato come il terzo miglior scienziato in vita dal New York Times, e quindi una testimonianza scientifica della vita dopo la morte; egli afferma: "La vita e la coscienza sono fondamentali per l'universo e praticamente è la coscienza stessa che crea l'universo materiale in cui viviamo e non il contrario. Prendendo la struttura dell'universo, le sue leggi, forze e costanti, queste sembrano essere ottimizzate per la vita, il che implica che l'intelligenza esisteva prima alla materia”. Lanza sostiene inoltre che spazio e tempo non sono oggetti o cose, ma piuttosto strumenti della nostra comprensione, confermando in sostanza la Teoria Olografica della natura, e dice: “portiamo lo spazio e il tempo in giro con noi, come le tartarughe con i propri gusci”. Facendo cosi intendere che quando il guscio si stacca (spazio e tempo), noi esistiamo ancora. Questa informazione implica che la morte della coscienza semplicemente non esiste. La morte esiste solo sotto forma di pensiero, perché le persone si identificano con il loro corpo (cosa voluta dall'élite di potere) credendo che questo prima o poi dovrà morire e con esso la coscienza/anima. Per fare una analogia è un po' come se uno si auto-identificasse con la proprio automobile, e pensasse che questa una volta finito di funzionare, farebbe cessare anche la sua vita/esistenza. L'élite ci ha convinto che noi siamo il nostro corpo la nostra macchina, ma la realtà è diversa, noi siamo coscienza infinita e non il corpo o la macchina che guidiamo. Noi usiamo questo corpo per sperimentare questa dimensione, proprio come usiamo la macchina per spostarci più velocemente da un posto all'altro. Poi Lanza continua: “Se il corpo genera coscienza, allora questa muore quando il corpo muore, ma se invece il corpo la riceve nello stesso modo in cui un decoder riceve dei segnali satellitari, allora questo vuol dire che essa non finirà con la morte fisica. In realtà, la coscienza esiste al di fuori dei vincoli di tempo e spazio. È in grado di essere ovunque: nel corpo umano e fuori da esso. Inoltre gli universi multipli possono esistere simultaneamente. In un universo, il corpo può essere morto mentre in un altro può continuare ad esistere, assorbendo la coscienza che migra in questo universo. Ciò significa che una persona morta, durante il viaggio attraverso un tunnel non finisce all'inferno o in paradiso, ma in un mondo simile, a lui o a lei, una volta abitato, ma questa volta vivo. E così via, all'infinito.” Senza ricorrere a ideologie religiose lo scienziato cerca quindi di spiegare la coscienza quantistica con esperienze precedenti alla morte, proiezione astrale, esperienze fuori del corpo e anche reincarnazione. Dicendo che l'energia della coscienza a un certo punto viene riciclata in un corpo diverso o in un altra dimensione, perché la coscienza esiste al di fuori del corpo fisico ad un altro livello di realtà, anche, in un altro universo.

Un altra testimonianza è quella del dottor Eben Alexander, un neurochirurgo di Harvard, con un onorevole curriculum accademico. Va ricordato che il professor Eben Alexander era sempre stato scettico all'idea di vita ultraterrena e dai tutti i racconti di esperienze extracorporee che gli venivano raccontati dai suoi pazienti. Ma ha dovuto ricredersi dopo il 2008, nel quale rimase in coma sette giorni a causa di una rara forma di meningite, e da quel momento in poi la sua opinione è decisamente parecchio cambiata. La sua storia è finita anche sulla copertina di Newsweek, e anche in un libro Milioni di Farfalle, dove c'è raccontata la sua esperienza di vita dopo la morte, una esperienza talmente straordinaria che gli ha fatto sparire ogni sorta di dubbio sull'immortalità della coscienza. Ormai lui vive con la consapevolezza dell'immortalità della coscienza/anima e la sua vita è cambiata assolutamente in meglio. Tutti quelli che come lui hanno avuto questa esperienza ammettono che dopo che la paura della morte sparisce, la vita diventa più bella e più facile da vivere, si riesce a godere di ogni momento con più pienezza, ma sopratutto si affrontano i problemi e le difficoltà della vita quotidiana con più leggerezza.

Un esperienza di premorte la troviamo raccontata dal medico e psichiatra Carl Gustav Jung, che nel libro autobiografico Ricordi, Sogni e Riflessioni descrive la propria esperienza a riguardo. Nel 1944 infatti un incidente, una frattura con un successivo infarto lo avevano portato in coma. E in una lettera dello stesso anno scrive: "Quel che viene dopo la morte è qualcosa di uno splendore talmente indicibile, che la nostra immaginazione e la nostra sensibilità non potrebbero concepire nemmeno approssimativamente. Prima o poi, i morti diventeranno un tutt'uno con noi; ma, nella realtà attuale, sappiamo poco o nulla di quel modo d'essere. Cosa sapremo di questa terra, dopo la morte? La dissoluzione della nostra forma temporanea nell'eternità non comporta una perdita di significato: piuttosto, ci sentiremo tutti membri di un unico corpo.”. In questa lettera Jung fa proprio un richiamo alla filosofia dell'Uno che ho esposto nell'articolo TEORIA OLOGRAFICA. Ma ora siccome reputo l'esperienza di premorte di Jung una delle più significative; vediamola per intero, raccontata con le sue parole:
Estratta dal suo libro "Ricordi, Sogni e Riflessioni" (parte 10.Visioni)
""Al principio del 1944 mi fratturai una gamba e a questa disavventura seguì un infarto miocardico. In stato d'incoscienza ebbi deliri e visioni che dovettero cominciare quando ero in pericolo di morte, e mi curavano con ossigeno e iniezioni di canfora. Le immagini che vedevo erano così tremende che io stesso ne dedussi che dovevo essere sul punto di morire. In seguito l'infermiera mi disse: “Pareva che intorno a lei ci fosse un'aureola luminosa!” Era un fenomeno che aveva già osservato in altri moribondi, aggiunse. Io ero ormai giunto al limite e non sapevo se ero in uno stato di sogno o di estasi. Ad ogni modo, cominciarono ad accadere cose molto strane. Mi pareva di essere sospeso in alto nello spazio, e sotto di me, lontano, vedevo il globo terrestre, avvolto in una splendida luce azzurrina, e distinguevo i continenti e l'azzurro scuro del mare. Proprio ai miei piedi c'era Ceylon, e dinanzi a me, a distanza, l'India. La mia visuale non comprendeva tutta la terra, ma la sua forma sferica era chiaramente visibile e i suoi contorni splendevano di un bagliore argenteo, in quella meravigliosa luce azzurra. In molti punti il globo sembrava colorato o macchiato di verde scuro, come argento ossidato. Sulla sinistra, in fondo, c'era una vasta distesa, il deserto giallo rossastro dell'Arabia: come se l'argento della terra in quel punto avesse preso una sfumatura di oro rossiccio. Poi seguiva il Mar Rosso, e lontano - come a sinistra in alto su una carta - potevo scorgere anche un lembo del Mediterraneo, oggetto particolare della mia attenzione. Tutto il resto appariva indistinto. Vedevo anche i nevai dell'Himalaia coperti di neve, ma in quella direzione c'era nebbia, o nuvole. Non guardai per nulla verso destra. Sapevo di essere sul punto di lasciare la terra. Più tardi mi informai sull’altezza a cui si dovrebbe stare nello spazio per avere una vista così ampia: circa 1500 chilometri ! La vista della terra da tale distanza era la cosa più meravigliosa che avessi mai visto [le foto scattate dagli astronauti decenni dopo confermarono la congruità di questa visione di Jung N.d.A.]. Dopo averla contemplata per un po’ mi rigiravo. Prima mi trovavo quasi con le spalle rivolte all’Oceano Indiano e la faccia rivolta al nord; poi mi sembrava di girarmi verso il sud e che qualcosa di nuovo entrasse a far parte del mio campo visivo. Vedevo, a breve distanza, nello spazio, un enorme blocco di pietra, come un meteorite, grande all’incirca come la mia casa, o anche di più. Era sospeso nello spazio cosmico, e io pure fluttuavo per il cosmo. Avevo visto pietre simili sulla costa del Golfo del Bengala. Sono blocchi di granito, di colore grigio bruno, in cui talvolta viene scavato un tempio. Anche la mia pietra era un gigantesco blocco scuro di quel genere. Un ingresso conduceva a un piccolo atrio. A destra dell’ingresso un indù nero sedeva, con indosso una veste bianca, nella posizione del loto, su uno sgabello di pietra in stato di completa distensione. Cosi mi attendeva, in silenzio. Due gradini portavano a quell’atrio, dentro il quale, a sinistra, era la porta del tempio. Innumerevoli minuscole nicchie, ciascuna con una cavità a forma di sottocoppa riempita di olio di cocco e con piccoli lucignoli accesi, circondavano la porta, con una ghirlanda di fiammelle luminose. Avevo effettivamente una cosa del genere quando visitai il tempio di Santo Dente, a Kandy, nell’isola di Ceylon: anche lì la porta era incorniciata da diverse file di lampade ad olio accese. Quando mi avvicinai ai gradini che portavano all’entrata accadde una cosa strana: ebbi la sensazione che tutto il passato mi fosse all’improvviso tolto violentemente. Tutto ciò che mi proponevo, o che avevo desiderato, o pensato, tutta la fantasmagoria dell’esistenza terrena, svanì, o mi fu sottratto: un processo estremamente doloroso. Non di meno qualcosa rimase: era come se adesso avessi con me tutto ciò che avevo vissuto e fatto, tutto ciò che mi era accaduto intorno. Potrei anche dire: era tutto con me, e io ero tutto ciò. Consistevo di tutte quelle cose, per così dire; consistevo della mia storia personale, e avvertivo con sicurezza: questo è ciò che sono. “Sono questo fascio di cose che sono state e che si sono compiute.” Questa esperienza mi dava la sensazione di un’estrema miseria e, al tempo stesso, di grande appagamento. Non vi era più nulla che volessi o desiderassi. Esistevo, per così dire, oggettivamente; ero ciò che ero stato e che avevo vissuto. Dapprima certamente prevalse il senso dell’annientamento, di essere stato spogliato, saccheggiato; ma poi tutto ciò perse importanza. Ogni cosa parve passato, rimase fait accompli, senza più alcun legame con ciò che era stato. Non sussisteva più il rimpianto che qualcosa fosse scomparsa o fosse stata sottratta. Al contrario, possedevo tutto ciò che ero, e solo questo. Una cosa ancora occupava la mia mente: mentre mi avvicinavo al tempio avevo la certezza di essere sul punto di entrare in una stanza illuminata e di incontrarvi tutte quelle persone alle quali appartenevo. Là finalmente avrei capito – e anche questo era certezza – da quale nesso storico dipendessero il mio io e la mia vita, e avrei conosciuto ciò che era stato prima di me, il perché della mia venuta al mondo, e verso che cosa dovesse continuare a fluire la mia vita. Così come l’avevo vissuta, la mia vita mi era sempre parsa come una storia senza principio e senza fine; avevo sempre avuto la sensazione di essere un frammento della storia, un brano del quale mancassero le pagine precedenti e seguenti. La mia vita pareva essere tagliata con le forbici da una lunga catena di eventi, e molte domande erano rimaste senza risposta. Perché era stato quello il cammino della mia vita ? Perché quelle le promesse ? E cosa avevo saputo trarne ? Che cosa ne sarebbe seguito ? A tutti questi interrogativi – me ne sentivo sicuro – avrei avuto risposta non appena fossi entrato nel tempo di pietra. Là avrei appreso perché tutto era stato così e non diversamente, e avrei incontrato uomini che avrebbero saputo rispondere alle mie domande sul prima e sul poi. Mentre così meditavo, accadde qualcosa che richiamò la mia attenzione. Dal basso, dalla direzione dell’Europa, fluiva verso l’alto un’immagine. Era il mio medico, o piuttosto la sua immagine, incorniciato da una catena d’oro , o da un’aurea ghirlanda d’oro. Subito mi dissi: “Ah, ah, questo è il mio medico, naturalmente, quello che mia ha curato. Ma adesso sta venendo nella sua forma originaria, come un basileus di Coo. Nella vita egli era un avatar di questo basileus, la temporanea incarnazione della forma originaria, che esiste da tempi immemorabili. Ora egli appare nella sua forma originaria.” Probabilmente anch’io ero nella mia figura originaria ; e sebbene, naturalmente, non potessi accertarmene, ne ero egualmente sicuro. Quando quell’immagine mi fu innanzi, ebbe luogo tra noi un muto scambio di pensieri. Il mio medico era stato delegato dalla terra a consegnarmi un messaggio, a dirmi che c’era una protesta contro la mia decisione di andarmene, e dovevo ritornare. Non appena ebbi sentito queste parole, la visione finì. Ero profondamente deluso, perché ora tutto sembrava essere avvenuto invano. Il penoso processo di “sfondamento” era accaduto inutilmente, e non mi si permetteva di entrare nel tempio, per unirmi a coloro che mi appartenevano.”
In realtà dovevano passare ben tre settimane prima che mi risolvessi veramente a vivere di nuovo. Non potevo mangiare perché qualsiasi cibo mi nauseava. La vista della città e dei monti del mio letto mi pareva una cortina dipinta con dei buchi scuri, o un foglio di giornale strappato pieno di fotografie senza significato. Deluso, pensavo: “Ora devo tornare un altra volta al “sistema delle casettine”!”. Mi pareva infatti che dietro l'orizzonte del cosmo fosse stato costruito artificiosamente un mondo tridimensionale, in cui ognuno stesse per contro suo dentro una piccola cassetta. E ora bisognava che di nuovo mi convincessi che questo era importante ! La vita e il mondo intero mi apparivano una prigione, e mi irritava oltre misura di dover ancora trovare tutto ciò perfettamente normale. Ero stato cosi contento di distrarmi di tutto, e ora era di nuovo come se io -e cosi tutti gli altri uomini- fossi sospeso ad un filo, dentro la cassetta. Quando mi libravo nello spazio, ero senza peso, e non c'era nulla che mi tormentasse: ora tutto ciò doveva appartenere al passato !"".
Come abbiamo visto Jung descrive in maniera molto chiara la sua esperienza di premorte o viaggio-fuori-dal-corpo. Ed è in oltre di grande importanza anche la testimonianza della sensazione che ebbe dopo tale evento. Infatti come scritto su, Jung dopo questa esperienza straordinaria, e dopo le sensazioni meravigliose che provò in questa condizione, iniziò a percepire la vita terrena (questa dimensione) come una sorta di prigione, fatta per scopi ignoti, una prigione che ha una specie di potere ipnotico, che costringe a credere che essa sia la realtà, anche se essa alla fine è solo una proiezione (un illusione). In poche parole per Jung la vera esistenza (la vera vita) è quella che si ha nella dimensione di solo coscienza/spirito (che provò).
Comunque poi per alcuni giorni Jung visse ancora queste esperienze extracorporee, e scrisse:
""Era come se fossi in estasi, o in uno stato di estrema beatitudine. Mi sentivo come sospeso nello spazio al sicuro nel grembo dell’universo, in un vuoto smisurato, ma colmo di intenso sentimento di felicità, pensavo: “questa è la beatitudine eterna, non la si può descrivere, è troppo meravigliosa!”. E anche se col tempo riusci a ridimensionarsi su questo piano della vita terrena, queste altre sensazioni però gli fecero apparire tale dimensione terrena sempre più come una sorta di simulazione intrappolante; e a tal proposito scrisse: “Sebbene in seguito abbia ritrovato la mia fede in questo mondo, pure da allora in poi non mi sono mai liberato completamente dell’impressione che questa vita sia solo un frammento dell’esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo.”".
Quindi confermando anche che la realtà che viviamo è una simulazione 3D, proprio come spiega la Teoria Olografica. Poi continua descrivendo le dimensioni extracorporee:
""Posso descrivere la mia esperienza solo come la beatitudine di una condizione non temporale nella quale presente, passato e futuro siano una cosa sola [l'Uno N.d.A.]”".
In queste esperienze possiamo dire senza ombra di dubbio che Jung non solo conferma la Teoria Olografica (dicendo che viviamo in una simulazione tridimensionale) ma sopratutto conferma la Teoria dell'Uno. Insomma convalida appieno la Teoria Olografica e la sua filosofia.
Dopo la malattia Jung scrisse le sue opere principali. Le intuizioni e le conoscenze derivate da quelle esperienze gli avevano infuso, dice: “il coraggio di intraprendere nuove formulazioni”.
Il tema delle esperienze di premorte o di viaggio-fuori-dal-corpo, accompagna da sempre la storia dell’umanità, dai racconti di Omero e Platone sino ad oggi. E le esperienze appena narrate non sono altro che solo alcune testimonianze. Ho messo giusto quelle che ho reputato le più valide, ma come sempre chiunque volesse approfondire, potrà fare una ricerca, e constatare di come le testimonianze di premorte siano davvero tantissime.


Conclusione
Ma la cosa più fondamentale rimane che la morte viene smentita sopratutto a livello logico e matematico, qui di seguito una mia riflessione collegata a delle citazioni di uno dei più grandi filosofi /pensatori del mondo: Parmenide.
“IL NON-ESSERE NON E', E QUINDI NON E' NULLA”
Se il nulla esistesse io sarei già nulla, perché ogni giorno della mia vita moltiplicato per il nulla è pari a nulla, 100, 1.000, 1.000.000 per 0 fa sempre zero. Detta in soldoni: potremmo vivere anche 1.000 anni, ma tutti questi anni di esistenza verrebbero azzerati dalla morte, perché la morte azzera tutto. Proprio come fa lo zero in matematica. Quindi in sostanza morire equivale a non essere mai esistiti. Ed ecco perché sostenere l'esistenza della morte è paradossale: o si esiste sempre o non si esiste mai -proprio come nell'esempio matematico da me fatto sopra-. E dal momento che io esisto questo implica che l'Essere è eterno perché non può esserci un momento in cui non è più, o non è ancora: se l'essere fosse solo per un certo periodo di tempo, e ad un certo momento non sarebbe più, si avrebbe contraddizione. L'Essere è dunque ingenerato e immortale, poiché in caso contrario implicherebbe il non essere: la nascita significherebbe essere, ma anche non essere prima di nascere; e la morte significherebbe non essere, ovvero essere solo fino a un certo momento.
Il non-essere è, secondo logica, non è, per sua stessa definizione.
Beppe Caselle